giovedì 16 agosto 2012

Civetta


Questa pagina dedicata a una civetta 
mi è stata inviata da un amico a me caro.
La pubblico volentieri sul mio blog Marta tra i fiori ”.
Solo, dissento dal giudizio finale. 
Io la amo, la civetta, come quasi tutti gli esseri viventi
che hanno la fortuna di avere le ali.                                                    

                                                                     Marta Isnenghi






Affacciata sul pertugio di un vecchio rustico nel Pian di Spagna, questa civetta è stata fotografata il 28 luglio del 2012 dal lecchese Alberto Nava, appassionato osservatore d’uccelli e fotografo naturalista.


Civetta fotografata il 28 luglio 2012 da Alberto Nava
in un pertugio di una baita, al Pian di Spagna

Sono le prime ore del mattino e il teleobiettivo di Alberto centra il volatile, immobile nel suo osservatorio. Di fronte ha un paesaggio chiaro, ma non ancora solare; alle spalle il buio. L’immagine rivela qui il carattere simbolico dell’uccello, in bilico fra il giorno e la notte, fra la vita e la morte.
La civetta è un uccello piccolo: solo 20 centimetri di lunghezza e 2 etti di peso. È però tutta sproporzionata: corpo minuto con una gran testona, occhi enormi, becco e piedi micidiali. Le piume, macchiettate di bruno la confondono nel paesaggio.

Il suo sguardo giallo non ha nulla di benigno. Acuminato e tagliente,  il becco ricurvo è un’arma da percussione e da taglio, come le zampe, munite di unghie lunghissime e arquate. I topolini, gli uccelletti, le serpi che capiteranno fra quegli artigli non avranno scampo. E pure le croccanti cavallette forniranno buoni pasti al rapace appostato.

Le vecchie pietre sono state raccolte e accatastate con maestria da un contadino, artigiano e muratore, cent’anni fa. Non ce n’è una uguale all’altra per tipo di minerale, colore, forma, misura e posizione. Non era necessario fare una cosa bella, bastava tirar su un baitello per il fieno, le foglie e gli attrezzi. 

L’origine del materiale è erratica, tutto però trovato lì intorno e già lisciato dalle cadute e dal lavorìo dell’acqua: 

1961, Alberto Giacometti con la madre a Stampa
fotografato da Henry Cartier-Bresson 
prezioso granito di San Fedelino, 
chiaro e lucente che viene dalla sponda destra della valle; 
Gneiss colorato, scivolato giù 
dagli antichi ghiacciai della 
valle Spluga, poi rotolato 
dal torrente Mera, 
immissario del lago di Como da nord. 
Ghiandone e Serizzo, 
altri tipi di granito, precipitati 
dalle montagne della val Bregaglia,
quelle che ispiravano 
Alberto Giacometti, il famoso
scultore nato a Stampa. 


Infine, un curioso pezzo di verde Serpentino, proprio sopra la testa della civetta. La luce fredda è quella del primo mattino. Il Pian di Spagna è stretto fra una doppia fila di montagne. Il sole arriva tardi, perché resta bloccato a levante dalla mole del Sasso Manduino, l’enorme picco di granito di quasi 3.000 metri, che incombe proprio sopra la valle. In compenso va via presto, nascosto a occidente dal monte Berlinghera, 1.000 metri più basso, ma sempre molto vicino.

L’apertura senza finestra, serve all’areazione della baita, il cui tetto poggia su una longeva trave di castagno, già ben incurvata. Il legno, slavato dalle piogge, irrigidito dal vento e dal sole non resisterà a lungo.

Ma quanto durerà? Lo sa il poeta, che osservando una povera edicola votiva, con l’immagine della Madonna e del Bambino, perduta nelle solitudini dei boschi appenninici, scriveva così: 


Il poeta Attilio Bertolucci a Casarola, sull'Appennino
Durerà, la costruzione boschiva,
fin che dura il dolore e la pietà
di chi abita ancora le terre alte
che noi abbandonammo.





La poesia di Attilio Bertolucci è stata scritta cinquant’anni fa. Lui è morto nel 2000. Lassù, dove resiste ancora la  sua casa, è tutto abbandonato.

La nostra civetta non si fa illusioni. Non ha idea di futuro e non  ricorda il passato. Non sa niente della cattiva reputazione della sua famiglia, raggruppata fra gli strigidi, uccelli notturni e rapaci, succhiatori di sangue e portasfortuna. Solo Atena figlia di Zeus, la dea invincibile di tutte le guerre, la amava, la portava in spalla e sopra la testa. Lei, bellissima e fortissima dallo sguardo scintillante, le ha dato il suo nome: Athena noctua, notturna. Insieme hanno protetto e consigliato Ulisse, difeso Achille e Diomede sotto le mura di Troia. «Come l’uccello notturno che la segue ovunque - scrivevano gli antichi cronisti greci citati da Jean-Pierre Vernant - come la civetta che seduce e terrorizza gli altri uccelli con il suo occhio fisso, pieno di fuoco, e le modulazioni del suo canto, Atena trionfa sui nemici con lo sguardo e la voce delle sue armi di bronzo». 

Astuta e intelligente come la divina Atena, canta di notte con voce stridula e squillante. Non una nota ricorrente, ma una risata beffarda che cambia sempre. Uomini e animali, inquieti e turbati, non la vedono, la sentono e non la amano.


                                                                                     GV
 





   

                                                






1 commento:

  1. Bellisimo post, c'è lo zampino di GV. Hai imparato a mettere le tag, brava. Ora devi imparare a mettere le foto nella stessa dimensione. Per il nostro blog le metto a dimensioni 300dpi base 15cm. Il segreto è che siano tutte, ma dico tutte, delle stesse dimensioni. Qui tutto bene, sopravviviamo a quest'estate troppo calda. Baci. P

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