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mercoledì 19 settembre 2012

«I venessia, gente grama e vagabonda» che rubava i kaki

 


Kaki in autunno a Villa Taranto nella bella foto di Francesca De Col Tana per la rassegna Editoria&Giardini, la bookmesse verbanese dedicata quest'anno al giardino giapponese

Ho passato l’adolescenza all’ombra di un albero di kaki.
Se ne stava nel mio giardino, a Milano, e m’aspettava. Quando tornavo da scuola, nei mesi più miti, appena finito di mangiare scendevo la scaletta di pietra e mi mettevo a leggere sotto la pianta. Protetta dalle foglie lucenti del mio albero, ho divorato tutto Salgari e tutto Conan Doyle.

Di fronte, fra me e la casa, c’era un grande ciliegio che si velava di candidi fiori primaverili, seguiti fra giugno e luglio da squisiti duroni.
Poi, quando mi sono sposata, sono andata a stare a Brera.
Tornata a vivere, vent’anni dopo, nella casa di famiglia, il caco e il ciliegio non c’erano più. E neppure l’albicocco davanti alla casa vicina, dove abita mia zia.

Forse quelle piante erano morte e mia madre e sua sorella s’erano lasciate incantare dall’idea di trasformare il giardino-frutteto del nonno in un piccolo parco. 
Al posto degli alberi da frutto ora troneggiano un gigantesco faggio rosso, una Ginkgo biloba, un’immensa quercia americana. Piante belle, non c’è che dire, soprattutto in primavera e in autunno. Ma divenute così enormi e invadenti che, con il passare degli anni, si sono mangiate i giardini, rivelandosi poco adatte ai piccoli spazi fra le mura che le ospitano.

Sono le mode della botanica.
Fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento i nostri nonni appagavano il loro esotismo con un albero «Made in Japan», il Diospyros kaki. Ufficialmente l’albero era arrivato in Occidente traversando tutta l’Asia sin dal 1796, ma era rimasto una rarità custodita negli Orti botanici. Secondo i fiorentini però il primo caco italiano è datato 1780 e fu piantato a Firenze negli splendidi giardini di Boboli.

Pannello di legno di kaki, con frutti e foglie, dipinto a Tokio nel 1874

La sua diffusione in Italia e sulle coste meridionali della Francia avviene a cavallo fra Otto e Novecento. Dopo la lunga autarchia dell’impero del Mikado durata oltre duecento anni, nel 1854 i porti giapponesi cedono alle pressioni russe e americane e si aprono finalmente ai contatti commerciali con il resto del mondo. 


Vincent Van Gogh, Ritratto del Père Tanguy, 1887
Gli influssi del Sol levante sono subito riconoscibili: nei quadri di Van Gogh (famoso a proposito il Ritratto del Père Tanguy con la parete tappezzata di stampe giapponesi, in una delle quali rosseggia proprio una pianta di kaki), come nelle più svariate espressioni dell’Art Nouveau, per non dimenticare la Butterfly pucciniana.

Intanto nei giardini e nei cortili dei nuovi ceti emergenti, il Diospyros, l’albero del «grano degli dei», diventa una presenza familiare.
Di frequente a ridosso di un muro esposto a mezzogiorno o in un angolo riparato vicino alla casa, questa pianta colora il paesaggio urbano e suburbano dell’epoca.
Contribuiscono al suo diffondersi il gusto che allappa deliziosamente il palato e l’aspetto attraente dei frutti; ma certo anche la maturazione in mesi dell’anno in cui la frutta scarseggia.


Tavola botanica del caco dipinta e incisa da Fitch John Nugent nel 1907





Con il perfezionamento delle tecniche colturali, con gli innesti su altre specie di ebenacee, ad esempio il Diospyros lotus, che garantiscono una maggior resistenza alle basse temperature invernali, l’albero di kaki inizia ad essere piantato nelle coltivazioni a conduzione familiare.
In particolare nelle regioni a clima temperato dove «L’inverno è più trasparenza d’aria che freddo; e in quell’aria sui rami scheletriti s’accendono centinaia di lampadine rosse: i cachi».
Dove i piccoli frutteti fra ottobre e novembre sembrano «un seguito di venditori di palloncini, col loro carico sospeso in aria: nove su quel ramo biforcuto, sei su quell’altro storto…». 

Lo scrittore Italo Calvino
Chi meglio 
di Italo Calvino
nella sua piccola storia
Alba sui rami nudi
pubblicata nel 1949
fra i trenta racconti
di Ultimo viene il corvo,
poteva descrivere
il ruvido incanto
delle fasce terrazzate
in Liguria?
Se il frutteto
non viene spogliato
dai ladri come
i «venessia, gente
grama e vagabonda»
che nella fiaba
derubano Pipin Maiorco, il contadino ligure che urla sdegnato «Tron di Dio! alzando i pugni verso le case del Paraggio alte sulla collina, una fila di case a un piano color muffa, come i villaggi di sughero dei presepi….», nei primi giorni di novembre i kaki vengono raccolti e messi ad ammezzire in casa vicino a un vassoio di mele profumate, che sviluppano gas utile al processo di maturazione.
Quest’uso domestico, sebbene ormai trasformato dalle più moderne tecnologie, è tutt’ora alla base della preparazione dei kaki nei grandi frutteti della Campania e della Romagna. Proprio da queste regioni provengono i frutti succosi che troviamo sui banchi di frutta e verdura. Raccolti appena prendono colore i kaki vengono sistemati in celle a temperature comprese fra i 20° e i 25°  e “gassati” con etilene, per favorirne la maturazione.

Ma se, come Pipin Maiorco, avete un po’ di spazio per piantare anche un solo caco nel giardino, non esitate. Potrete poi gustarne i doni più preziosi: l’ombra estiva per leggere o riposare e la poesia autunnale delle mille «lampadine rosse», da cogliere al momento giusto, prima della neve.

La bellezza dei kaki sotto la prima neve



Da Nagasaki a Verbania con l’albero della pace

I giardini giapponesi e un albero di kaki sopravvissuto alla bomba di Nagasaki sono il tema suggestivo dell’XI edizione di Editoria&Giardini, la bella festa dedicata ai libri, alle immagini e ai documentari che raccontano storie di alberi, di giardini e di coltivatori appassionati.
La rassegna, organizzata dalla Città di Verbania, con la consueta capacità organizzativa e creativa di tre signore del verde come Lorella Granzotto, Carola Lodari e Francesca De Col Tana, si svolge dal 22 al 30 settembre 2012 nella elegante sede di Villa Giulia. Grazie al clima e a quella sorta di vocazione che, senza ombra di dubbio, possiamo etichettare come genius loci, il territorio verbanese è punteggiato da ville e parchi ricchi di storia e di rare essenze esotiche venute dalla Cina e dal Giappone. Basterà ricordare i rododendri, le kalmie e le splendide camelie del lago, per non parlare delle preziose collezioni botaniche delle isole borromee, le perle del Lago Maggiore. 


Alberetti di kaki nel dolce Paesaggio d’autunno di Wang Huei, Parigi, Museo Guimet
Proprio qui, sulle coste del Verbano, è nato più di dieci anni fa il salone del libro dedicato al verde e al paesaggio (www.editoriagiardini.it). Molte e prestigiose le novità editoriali di quest’anno, come il bel volume Guardando i giardini giapponesi scritto da Carola Lodari per le Edizioni Tararà. Proprio qui, a Villa Giulia, sabato 22 alle 10 del mattino s’inaugura la rassegna con Paolo Pejrone, scrittore e paesaggista che quest’anno dedica un accorato intervento ai giardini verbanesi duramente colpiti dal tornado dello scorso agosto. Primi, fra tanti, i giardini di Villa Taranto e quelli di Villa San Remigio, sogno d’amore di due cugini, Silvio Della Valle di Casanova, musicista allievo di Wagner e Sofia Browne, la dolce sposa dublinese innamorata dei preraffaelliti. 

Verbania. Rigogliosa fioritura di azalee e rododendri a Villa San Remigio

Nel pomeriggio invece, alle 15, presso la Biblioteca Civica di Villa Maioni, a conclusione del progetto internazionale “Revive Time Kaki Tree Project”, si pianta  l’alberetto proveniente da Nagasaki alla presenza  dei bambini delle scuole che hanno partecipato all’iniziativa. Perché, non bisogna dimenticarlo, saranno proprio loro i futuri custodi del caco della pace. 

Ecco, in breve, l’origine di questa commovente cerimonia.
L’artista Tatsuo Miyajima nel 1995, mentre allestiva una mostra a Nagasaki, venne a sapere che un albero di kaki era sopravvissuto alla terribile bomba atomica del 7 agosto 1945. Dai semi dei suoi frutti il dottor Ebinuma Masayuki aveva ottenuto nuove piantine, dette “Bombed Kaki Tree jr”. Da una vittima sopravvissuta all’atomica nasceva così una nuova generazione di alberetti che il dottore donava, come simbolo di pace, ai piccoli in visita a Nagasaki. Dall’incontro fra l’artista e il dottore è scaturita l’idea de “La rinascita del tempo”, un progetto che attraverso l’arte e la vita dei nuovi kaki vuol comunicare ai bambini di tutto il mondo un forte messaggio di pace.


Arte, vita e natura: tamerice in fiore nel giardino di Villa San Remigio




Note e precisazioni per le immagini

Kaki a Villa Taranto, foto di Francesca De Col Tana tratta dall’opuscolo intitolato Nel Giardino giapponese, XI edizione di Editoria&Giardini, Verbania, 22-30 settembre 2012.

Diospyros kaki, Trustees of Royal Botanical Gardens, Kew. Il dipinto fa parte di una collezione di 26 pannelli di legno dipinti a Tokio nel 1874 e inviati in Inghilterra dal Giappone. Ciascuno è costituito da parti di tronco, rami e frammenti di corteccia della specie illustrata con la rappresentazione delle foglie e dei fiori.
Sono conservati ai Kew Gardens, nella Economic Botany Collection.
Foto tratta da Plant Artefacts - Japanese wood panel collection, http://www.flickr.com/photos/kewonflickr/sets/72157623507155459/with/4437442299/.

Vincent Van Gogh, Ritratto del Père Tanguy, 1887, Collezione Stavros S. Niarchos, New York. Julien François Tanguy era proprietario di un colorificio parigino. Van Gogh, come numerosi altri artisti, si riforniva presso di lui ed era diventato suo amico. Come ricorda Franco Fanelli sul Corriere della Sera del 3 settembre 2003 «era sopranominato père dai giovani artisti parigini per la sua età avanzata. Per lungo tempo fu lunica persona a esporre le tele di Van Gogh, assieme a quelle di Cézanne. L' artista gli fece due ritratti, usando in entrambi i casi come sfondo alcune stampe giapponesi». Tratto dal volume Van Gogh, Edizioni d’arte Garzanti.

Diospyros kaki, Famiglia delle Ebenaceae, tavola dipinta e incisa da Fitch John Nugent (1840-1927) nel 1907, Folio 8127, tratta da Curtis’s Botanical Magazine, Vol. 133, 4ª serie, volume 3. - Parigi, Muséum national d’Histoire naturelle, biblioteca centrale.

Lo scrittore Italo Calvino, come appare sulla copertina del II volume dei Meridiani, a lui dedicati.

Kaki sotto la neve, foto tratta dal libro Grande atlante degli alberi di Maria Vittoria Divincenzo e Francesco Bianchini, Arnoldo Mondadori Editore.

Wang Huei (Dinastia Ch’ing), Paesaggio d’autunno, Parigi, Museo Guimet. Particolare tratto dal libro Pittori cinesi, di Giuseppe Argentieri, Mondadori.

Villa San Remigio, Verbania, fioriture di azalee, rododendri e romantiche tamerici nelle due belle foto di Francesca De Col Tana.


Marta Isnenghi il 5 dicembre 1985 ha pubblicato sull’Unità, nelle pagine dedicate a Milano e Lombardia, un altro articolo sul caco, intitolato “Le mode della botanica”, nella rubrica Linea verde.







 


 

 
 



giovedì 13 settembre 2012

Le magnolie di Giuseppina e i kaki di Verdi

 
Giuseppe Verdi in un ritratto giovanile di Stefano Barezzi


Centoquarantacinque anni fa, il 13 settembre del 1867, Giuseppe Verdi scriveva a Paolo Marenghi, il factotum di Sant’Agata, dandogli precisi ordini per la costruzione di un «berceau» nel giardino per «coprire il gioco delle bocce». A completamento della missiva, inviava tre piccoli schizzi.
Verdi si trovava a Parigi. Il 21 marzo dello stesso anno era andata in scena all’Opéra la prima rappresentazione in francese del Don Carlos. Mentre la prima italiana sarebbe avvenuta di lì a poco, il 27 ottobre, al Gran Teatro Comunale di Bologna.

A raccontare di quella lettera al Marenghi, che nelle sue mansioni prendeva spesso iniziative che scontentavano il Maestro, è Francesco Cafasi, scrittore e storico dell’agricoltura. Ne accenna nel suo libro Giuseppe Verdi, fattore di Sant’Agata, pubblicato nel 1994, quasi come pendant al volume di Maurizio e Letizia Corgnati dedicato -  una decina d’anni prima - ad Alessandro Manzoni, fattore di Brusuglio.
Cafasi nota che la lettera di Verdi era «listata di nero per la morte del padre Carlo, avvenuta nel gennaio dello stesso anno». Quel padre che aveva aiutato il figlio quando, di ritorno dal primo periodo parigino, aveva messo gli occhi sulla proprietà di Sant’Agata, nel piacentino.

Sant'Agata, ingresso alla Villa da L'Illustrazione Italiana, 1887
Era il I Maggio del 1848.
Quel giorno il giovane 
compositore grazie
a una permuta       
e all’aiuto del padre aveva 
acquistato la tenuta dove avrebbe
trascorso lunghi periodi 
della sua esistenza 
con Giuseppina Strepponi,
famosa soprano divenuta 
sua compagna 
dopo la tragica morte 
dei due figliolini 
e della prima giovane moglie,
Margherita Barezzi.

Verdi scambiò il Pulgaro, 
ovvero il “pulciaio”, un podere che aveva comprato quattro anni prima alle Roncole con il compenso ottenuto per la prima dell’Ernani alla Fenice di Venezia e divenne proprietario delle «possessioni» della signora Rosa Guindani e dei suoi figli, i signori Merli: « possessioni assicurate in biolche 350… con tutte le sementi, invernaglie, pali per le viti, di più le quattro grandi botti di circa 50 brente l’una, tre delle migliori e più grandi tine e la gran mesta o macchina nell’Ongina per irrigare l’ortaglia… ».

Là, fra i filari di ciliegi e gli esotici noci  venuti dal Caucaso, il Maestro si sarebbe dato anima e corpo ai lavori della campagna. Una passione che, negli anni in cui si costruiva l’Italia, aveva già contagiato Manzoni, Cavour e Garibaldi. Sull’onda di un forte interesse di stampo illuministico per le scienze agrarie, ma anche grazie alla visione romantica della natura, i quattro padri della patria avevano una vocazione comune: la terra.                                                                   

Sant'Agata, il romantico viale dei platani aperto sui campi, da L'Illustrazione Italiana, 1887
                                                                         
A Sant’Agata Verdi si alzava all’alba, scriveva, componeva, inviava cesti di rose all’amica Clarina Maffei, ma soprattutto si dedicava alle colture dei campi e alla creazione del parco.  Dirigeva inoltre, con piglio darchitetto, il restauro della villa e delle case coloniche destinate ai contadini.
La contessa Clara Maffei, ovvero l'arte dell'amicizia, ritratta da Hayez

          

«Il suo amore per la campagna è divenuto mania, follia, rabbia, furore, tutto ciò che si può immaginare di più esagerato. Egli si alza al nascere del giorno per andare a esaminare il grano, il mais, la vigna. Rientra morto di fatica e allora come trovare il modo di fargli prendere la penna?». Ecco quanto scriveva all’editore parigino Léon Escudier nove anni dopo, il 4 luglio 1857, Giuseppina Strepponi.


Giuseppina Strepponi in un delizioso ritratto di K. Gyurkovich
 
Preso dai lavori nei campi, dalla costruzione di argini per difenderli dalle piene del Po, dai cavalli e dalle vacche che lui stesso valutava e acquistava nei mercati fra Piacenza e Parma, e soprattutto dal divertimento che gli dava la creazione del giardino, Verdi sembrava trascurare il lavoro di compositore. 

All’origine di quella passione c’era, certo, un forte attaccamento alla terra natìa. Del resto Giuseppe Fortunino Francesco Verdi era nato fra le nebbie, il 10 ottobre 1813, nella modestissima casa di Roncole di Busseto, vicino a Parma. La famigliola viveva al primo piano, appena più salubre, dato che le alluvioni del Po erano frequenti.                     
Al piano terreno suo padre teneva una piccola osteria con bottega dove vendeva sale e commestibili, mentre la madre Luigia Uttini, che faceva la filatrice, si occupava anche della casa e dell’orto.


                
Angelo Formis, La casa natale di Giuseppe Verdi alle Roncole di Busseto

Ma, oltre alle esortazioni della Peppina, come il musicista chiamava affettuosamente la compagna che lo aveva pregato con insistenza di trovare per loro una casa per stabilirsi in campagna, un ruolo rilevante in quella decisione indubbiamente l’ebbe il piccolo giardino parigino di Passy, nido d’amore del Maestro e Giuseppina, dopo che nel 1847 s’erano rivisti sulle rive della Senna.

Verdi allora era in procinto di dirigere all’Opéra Jérusalem, adattamento in francese, con libretto di Royer e Vaëz, de I Lombardi alla prima Crociata. È là, in quel sobborgo parigino, dove poco dopo si sarebbe stabilito anche Rossini,  che i melomani collocano la nascita della verdissima vocazione verdiana. Una sana mania che il musicista coltiverà tutta la vita.

Basta andare in una bella giornata di fine estate a Sant’Agata e gironzolare fra il giardino e il frutteto per capire come Verdi, nato nella povera casa di Roncole di Busseto, ma diventato grazie al suo genio cittadino del mondo, abbia saputo condensare nella profumata residenza di campagna fra il Po, l’Arda e l’Ongina il gusto per  il nuovo stile all’inglese e  la passione per l’agricoltura, favorita ove possibile con le prime innovazioni tecnologiche. 


Il laghetto con i romantici cipressi di palude, che formano
alla base i pneumatofori, detti anche "ginocchioni"


Il parco, da lui ideato, è il delizioso campionario di un giardino romantico.
Il piccolo ponte rosso sul lago non ha nulla da invidiare al ponticello “alla giapponese” costruito poi, negli anni ’90, da Monet ai bordi dello stagno di Giverny.
Il laghetto è circondato dai Taxodium distichum, conifere diritte e imponenti che prediligono gli argini dei fossati. Chiamati cipressi di palude, questi alberi provenienti dalla costa orientale degli Stati Uniti, sviluppano alla base i “pneumatofori”, sorta di protuberanze-boccaglio che servono alle piante – sostengono i botanici - per catturare ossigeno là dove il terreno argilloso e compatto rischierebbe di provocare l’asfissìa delle radici.
Ma altre piante il Maestro ordinava da Sant’Agata l’11 marzo 1868 alla Ditta dei Fratelli Burdin di Milano: «120 Platani, 6 Pinus laricio, 3 Taxus hibernica, 1 Pinus Benthamiana, 1 Sequoia gigantea, 1 Quercus fastigiata, 1 Quercus Banisterii, 2 Magnolia grandiflora, 1 Maclura, 6 Aleagnus reflexa, 12 Kalmia, 12 Anemoni japonica», per citare solo le più suggestive fra quelle elencate da Cafasi nel suo libro.

La «pozzanghera che onorerò», scriveva Verdi all’amica Clara Maffei, «col pomposo titolo di Lago quando potrò avere acqua per riempirla», ricorda oggi altri esempi dell’epoca: dal laghetto dei Giardini Pubblici disegnato a Milano dal Balzaretti al romantico stagno dei Giardini Margherita a Bologna. Ma non è vero, come favoleggia la gente del Po, che lo specchio d’acqua  abbia la forma di una G intrecciata alla V come un liquescente monogramma.
La colonnina di pietra che ricorda l'amato Lulù,
piccolo maltese dal pelo candido



Voluta da Verdi
e da Giuseppina            
è invece la tomba di Lulù, 
piccolo maltese dal pelo candido 
sepolto nel giardino sotto 
una colonnina di pietra
con la dedica: 
«Alla memoria d’un vero amico». 
E insieme a Black, Yvette e Moschino, gli altri
amatissimi cani da caccia
del Maestro, tale doveva essere se,
all’interno della casa
fra gli spartiti, le lettere,
le caricature e i ricordi,
campeggia un “ritratto”
della bestiola firmato Palizzi. 





Black, Yvette e Moschino, adorati cani da caccia di Verdi in una cartolina di L. Metlicovitz edita da Giulio Ricordi nel 1913

Ma la chicca del giardino, squisitamente gozzaniana, è l’aiuola a forma di cuore che si riempie fra aprile e maggio di teneri tulipani gialli e rosa antico. Attorno rimangono le eleganti chaise-longue smaltate di bianco dove Verdi amava riposare. Le ombreggia un salice piangente, rimembranza forse della “Canzon del Salice” cantata da Desdemona nell’ultimo atto dell’Otello. 
 
Le eleganti chaise-longue del Maestro davanti all'aiuola dei tulipani. Sullo sfondo e qui sotto il salice piangente







A primavera il giardino si veste di luce. Sono le infiorescenze degli ippocastani e delle paulonie. Più tardi il dolce effluvio dei tigli, che Gian Carlo Conti, poeta di Parma, definiva con nostalgia il «profumo di casa mia» e l’aroma citrino delle magnolie dicono che è in arrivo l’estate.
  

Le magnolie per Giuseppina

Come Manzoni, che le aveva piantate nel giardino milanese di via Morone, Giuseppina adorava i fiori candidi e carnosi della Magnolia grandiflora.

Superbo, purissimo fiore di Magnolia grandiflora,
pianta prediletta dal Manzoni e da Giuseppina Strepponi


Per compiacere l’amata, Verdi chiede un giorno ad Angelo Mariani, direttore d’orchestra e compositore, di procurargliene una decina per Sant’Agata. «Dopo aver girato tutti i giardinieri e le serre di Genova», il povero Mariani si reca alla stazione con il suo boschetto ben confezionato. «Ma non ha calcolato» spiegano Maurizio e Letizia Corgnati nel bel libro Alessandro Manzoni, fattore di Brusuglio, «le dimensioni del bagagliaio. Il pacco, alto tre metri, non ci sta. Il capostazione consiglia Mariani di portarsi via l’enorme ingombro e di ritornare la mattina dopo per caricare il tutto sul merci». Le piante sarebbero state collocate in un vagone aperto, coperte da un telone, poiché «erano impagliate e le scintille che provenivano dalla locomotiva avrebbero potuto procurarvi un incendio». Mariani scrive la sera a Verdi raccontandogli le sue peripezie. Verdi gli risponde: «Se non sei partito, se non hai spedito le piante, invece di dieci mandane dodici… ». 

Angelo Mariani in un disegno di Focosi conservato al Museo della Scala

L’amicizia fra i due s’incrinò. La causa non furono le magnolie, ma artistici dissapori e romantiche rivalità per la bella Teresa Stolz, famosa Aida e splendida interprete del Requiem. A lei Verdi dedicò la prima pagina della partitura, conservata al Museo teatrale della Scala di Milano.

Verdi nella quiete di Sant'Agata contempla il "Lago" dialogando con i due cigni bianchi

Composta nella quiete di Sant’Agata e diretta trionfalmente dall’autore  nella chiesa di San Marco a Milano la sera del 22 maggio 1874, nel primo anniversario della morte dello scrittore, la Messa da Requiem è il magnifico, commovente  addio dell’agnostico Verdi al credente Manzoni. Il primo con la sua musica, i coretti, i drammi, le passioni, i grandi personaggi femminili, il secondo con la lingua colta e popolare, i suoi eroi, le sue descrizioni del paesaggio  lombardo, i racconti della peste e di Milano, hanno contribuito a fare dellItalia una nazione.

Manzoni e Verdi  accostati in un'incisione del 1874 in occasione della Messa da Requiem. Museo teatrale della Scala



  
E i kaki per il Maestro

Verdi andava matto per i kaki. Ecco la sua lettera di ringraziamento ai Fratelli Ingegnoli, proprietari della ditta di giardinaggio fondata nel 1817. Primi a importare a Milano quegli alberetti dal Giappone, ne avevano inviato una cassettina a  Sant’Agata.


Catalogo dei Fratelli Ingegnoli del 1896 con una giapponesina che offre i kaki


Sant’Agata,
Busseto
21 Marzo 1888

«Ricevetti la cassettina con
entro i sei kaki, e la
gentilissima lettera.
Io non posso che ringraziarvi
della squisita gentilezza ed
augurarvi che presto sia anche da noi
conosciuta ed apprezzata
questa pianta i cui frutti
sono splendidi.
Con tutta stima saluto».
Dev.
G. Verdi


Verdi nel 1887 in un bel ritratto a pastello di Francesco Paolo Michetti
                                                               





Note e precisazioni sulle illustrazioni e le foto


Giuseppe Verdi nel 1836. Disegno di Stefano Barezzi.
Sul verso la scritta “Verdi Giuseppe ritratto da Stefano Barezzi
fratello di Antonio”.
Conservato a Busseto, Casa Barezzi - “Amici di Verdi”.
Scansione tratta dal libro Per amore di Verdi, 1813-1801 - vita, immagini, ritratti, Istituto nazionale di studi verdiani. Grafiche Step Editrice, Parma.

Sant’Agata, Ingresso principale alla villa, incisione da “L’Illustrazione italiana”, numero unico «Verdi e l’Otello», 1887. Tratta dal libro di Francesco Cafasi Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata, Fondazione Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su pegno di Busseto.

Sant’Agata, Villa Verdi, Il romantico viale dei platani verso i campi, incisione da “L’Illustrazione italiana”, numero unico «Verdi e l’Otello», 1887. Tratta dal libro di Francesco Cafasi Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata, Fondazione Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su pegno di Busseto.

Francesco Hayez, ritratto della Contessa Clara Maffei (1814-1886) conservato a Riva del Garda, Museo Civico. Scansione tratta dal libro Per amore di Verdi, 1813-1801 - vita, immagini, ritratti, Istituto nazionale di studi verdiani. Grafiche Step Editrice, Parma.

K. Gyurkovich, ritratto di Giuseppina Strepponi (1815-1897), famosa soprano e compagna di Verdi. Conservato a Busseto, Casa Barezzi - “Amici di Verdi”. Scansione tratta dal libro Per amore di Verdi, 1813-1801 - vita, immagini, ritratti, Istituto nazionale di studi verdiani. Grafiche Step Editrice, Parma.

Angelo Formis, La casa natale di Giuseppe Verdi, olio su tela, 78 x 50 cm, conservato a Milano al Museo teatrale alla Scala. Scansione tratta dal libro Giuseppe Verdi, l’uomo, l’opera, il mito - A cura di Francesco Degrada, Skira.

Il laghetto del giardino di Villa Carrara Verdi a Sant’Agata, foto di Marta Isnenghi

La tomba di Lulù, piccolo maltese dal pelo candido sepolto nel giardino sotto una colonnina di pietra con la dedica: «Alla memoria d’un vero amico», foto di Marta Isnenghi.

Black, Yvette e Moschino, cartolina illustrata da L. Metlicovitz, edita da Giulio Ricordi nel 1913. Tratta dal libro di Francesco Cafasi Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata, Fondazione Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su pegno di Busseto.

Aiuola a forma di cuore, che si riempie fra aprile e maggio di teneri tulipani gialli e rosa antico, ombreggiata dal salice piangente. In primo piano le chaise-longue e i divanetti del maestro.  Foto di Marta Isnenghi.

Il romantico salice piangente. Foto di Marta Isnenghi.

Magnolia grandiflora tratta da hoardedordinaries.wordpress.com.

Angelo Mariani. Disegno di Focosi. Milano, Museo teatrale alla Scala.
Tratto da Giuseppe Verdi, Autobiografia dalle lettere, a cura di Carlo Graziani, A. Mondadori Editore.

Incisione con Verdi e Manzoni, accostati in occasione della Messa funebre dedicata dal M. G. Verdi ad A. Manzoni. 1874, Milano, Museo teatrale alla Scala. Scansione tratta dal libro Giuseppe Verdi, l’uomo, l’opera, il mito - A cura di Francesco Degrada, Skira.

Verdi e i cigni, davanti al laghetto nella quiete di Sant’Agata. Cartolina illustrata da L. Metlicovitz, edita da Giulio Ricordi nel 1913. Tratta dal libro di Francesco Cafasi Giuseppe Verdi fattore di Sant’Agata, Fondazione Cassa di Risparmio di Parma e Monte di Credito su pegno di Busseto.

Fratelli Ingegnoli, Milano 1896. Catalogo delle Sementi e Piante.
Stab. A. Bertarelli - Milano, illustrazione tratta dal libro Fratelli Ingegnoli, I segreti del Giardiniere, Rizzoli.
Francesco Paolo Michetti, Ritratto di Giuseppe Verdi, 1887, pastello su cartone, 54 x 40 cm, Busseto, Collezione Stefanini. Scansione tratta dal libro Giuseppe Verdi, l’uomo, l’opera, il mito - A cura di Francesco Degrada, Skira.

Marta Isnenghi ha pubblicato un altro articolo  sullo stesso tema, intitolato Un giardino Verdissimo, sul Corriere della Sera del 30 marzo 2001.

giovedì 30 agosto 2012

Com'erano giovani le mie betulle



Qualche giorno fa per un temporale notturno con forti raffiche di vento è caduta una betulla nel nostro giardino di Loveno, sul lago di Como. 


Arcobaleni dopo un temporale a Loveno. Sullo sfondo le Grigne e Bellagio

Non è la prima volta che capita. Cosa strana, la pianta è caduta un paio di giorni prima che Beatrice, la perturbazione dal nome angelico che doveva rinfrescare l’aria, ma ha fatto disastri in molte località, sradicasse centinaia di piante  nel Parco di Villa Taranto a Pallanza.
La nostra betulla era una “signora” sulla sessantina  e, insieme ad altre, era stata piantata da mia madre negli anni cinquanta del Novecento, poco dopo la costruzione della casa.
Per il disegno del giardino mia madre aveva chiesto dei consigli a Ignazio Vigoni, un amico che risiedeva nella dimora di famiglia nel cuore del paese, poi lasciata in eredità al Governo tedesco e divenuta la sede del Centro italo-tedesco di Villa Vigoni.

Mia madre Laura sul terrazzo di casa in una foto degli anni trenta del Novecento


Dandy, scrittore, colto studioso dell’arte e della flora locale nonché paesaggista, Vigoni per il viale del giardino aveva consigliato dei bellissimi larici e delle betulle. Mentre nel grande prato che si affaccia sul lago davanti alla casa i protagonisti sono cinque superbi Pinus pinea. Un tempo c’erano anche cinque cipressi, ora ne è rimasto uno solo. Ma altri cinque li ho piantati io stessa nel settembre del 2003 disegnando, in un campo dietro al giardino, l’uliveto dedicato alle mie nipotine nell’anno della nascita della più piccola.

Un approccio eclettico, dunque, quello di Vigoni, con uno sguardo volto alle Alpi, vicinissime, e un altro volto a mezzogiorno. Il clima lacustre, del resto, fa sì che sui nostri laghi crescano insieme specie nordiche e mediterranee, oltre alle numerose presenze esotiche venute da lontano. Una antologia vegetale fascinosa e interessante, purché nei giardini ci sia  spazio e non si cada nel kitsch.

Della betulla caduta resta una foto che mi è cara. 

Eccomi, sul finire degli anni cinquanta, nella foto scattata da mio padre, davanti alle piccole betulle
La si può vedere anche nel libro Il mio pensiero a te, 1910 - 2010 (Edizioni dell’Epilobio, Blurb), che ho inventato insieme a mia figlia Paola per i cent’anni di mia madre.

In copertina: Laura Isnenghi Ponti sorridente in una bella foto degli anni trenta del Novecento

Quella foto in bianco e nero davanti alla betulla caduta, con le sue “sorelline” accanto, me la fece sul finire degli anni cinquanta mio padre. Il mio amato padre di cui ieri, il 29 agosto, ricorreva il quindicesimo anniversario della scomparsa.  Ricordi e affetti, vita e morte si rincorrono anche nella storia dei giardini. 


Le betulle di Ca' Gianin a Trivero nella foto di Karl-Dietrich Bühler

Nel tempo quel gruppetto di piccoli alberi dalla corteccia    chiara, sericea e lucente era cresciuto, 
diventando molto simile
a quello che potete vedere
qui accanto, situato
a Trivero,
nel biellese, a Ca’ Gianin, 
da Pietro Porcinai, 
il famoso architetto
del paesaggio,
coetaneo di mia madre. 



Ma a Loveno nel corso di sessant’anni altre piante bellissime, fra cui un Cornus kousa chinensis portato, ancora virgulto, in valigia dall’Inghilterra da mia madre e una Nyssa sylvatica erano state messe a dimora nelle vicinanze ed erano poi cresciute a incorniciare le betulle. Che, ora, sono diventate così fragili da temere un colpo di vento.                                    

Le piante crescono come i bambini. La mia nipotina nel maggio del 2004 con le nonne davanti al Cornus in fiore
                                                                  
Ma vorrei raccontarvi di più su questa pianta così poetica.
Chiamata “ulivo del Nord” per la sua grande diffusione alle latitudini più settentrionali, Betula alba è, per i russi,  un vero e proprio «pozzo del popolo».
Gli usi della candida corteccia sono tanti: dall’estrazione di un olio aromatico per la concia del famoso «cuoio di Russia», alla copertura dei tetti delle case scandinave, sino alla preparazione di torce intrecciate per illuminare di notte le sconfinate distese della steppa. Con la linfa della pianta, messa a fermentare nelle botti con zucchero, uva secca e cannella, nei paesi del nord si distilla anche il «vino di betulla», bevanda alcolica e spumeggiante che ricorda vagamente lo champagne.

In Italia allo stato spontaneo la betulla è diffusa nei boschi alpini e prealpini e in alcune valli dell’Appennino parmense.
Insieme al pino silvestre e all’ontano bianco disegna raggruppamenti boschivi abbastanza estesi. Nelle radure formatesi a seguito di incendi o disboscamenti tende a colonizzare le aree degradate grazie ai semi alati che si lasciano docilmente trasportare dal vento. Allo stesso modo si comporta come pianta pioniera in alcune torbiere basse che emergono con il progressivo interramento dei piccoli laghi prealpini.


Dettagli delle foglie, degli amenti e dei frutti di Betula alba in una tavola botanica
 
Dolcissime a primavera sono le aeree betulle che si possono vedere nei boschi di Velate, vicino a Varese, dove dipingeva Guttuso, o quelle che in autunno accompagnano gli escursionisti sull’alta via del Lario.
Ma la più bella, incredibile a dirsi, si trova a Milano. Piegata dal vento, distende i suoi rami annosi verso una sorgente luminosa che riflette le luci del tramonto. Nel biancore della sua corteccia e nella figura della madre con il bambino si esprime tutta la simbologia della femminilità che caratterizza nel nord Europa il mito di questa pianta. È la betulla de «L’angelo della vita» di Giovanni Segantini, dipinta nel 1894 dal pittore nativo di Arco sullo sfondo del lago di Sils Maria in Engadina.


“L’angelo della vita” di Giovanni Segantini, del 1894, olio su tela di 276 x 212 cm, alla Galleria d’arte moderna di Milano


Autoritratto di Segantini, 1895, carboncino, ritocchi in gessetto bianco e polvere d’oro, dal catalogo della mostra “Giovanni Segantini, Luce e simbolo, 1884-1899


Se vi capita di passarle vicino, andate a vederla alla Galleria d’Arte Moderna di via Palestro. Ma se volete ammirarne un’altra assai simile, solo molto più piccola, volate a Budapest. Lì, nella città adagiata fra le rive del Danubio, al Museum of Fine Arts, c’è una seconda preziosa versione del dipinto, incastonato come un’icona in una cornice dorata che ricorda, come spiega Annie-Paule Quinsac, un reliquario. 
Quasi che Segantini, nella decorazione fitta e nervosa scolpita sui bordi, volesse esaltare l’intreccio delle radici e il palpito stesso della vita.

“L’angelo della vita” di Segantini, 1894-1895, olio su carta di 59,5 x 48 cm,  Museum of Fine Arts, Budapest 



Note e precisazioni per le immagini

La foto del prato di Loveno con i due arcobaleni dopo un temporale è di Marta Isnenghi.

La foto di Laura Isnenghi Ponti sul terrazzo di casa, della fine degli anni trenta del Novecento, è di Enrico Isnenghi.

La foto di Marta Isnenghi, a circa dieci anni, davanti alle piccole betulle, è di Enrico Isnenghi.

La foto de “Il mio pensiero a te, 1910 - 2010”, che appare sulla copertina del libro scritto da Marta Isnenghi e Paola Vozza, Edizioni dell’Epilobio, Blurb, in occasione dei cento anni di Laura Isnenghi Ponti, è di Enrico Isnenghi.

La foto delle betulle a Ca’ Gianin a Trivero è di Karl-Dietrich Bühler ed è tratta dal libro di Milena Matteini “Pietro Porcinai, architetto del giardino e del paesaggio”, Electa.

La foto del Cornus kousa chinensis e della Nyssa sylvatica, con la bimba piccola fra le nonne, è di Paola Vozza.

L’immagine delle foglie, degli amenti e dei frutti di Betula alba è tratta da Google immagini, sito web quoki.com.

La foto de “L’angelo della vita” di Giovanni Segantini, del 1894, olio su tela di 276 x 212 cm, custodito presso la Galleria d’arte moderna di Milano, è tratta da internet, sito frammentiarte.it

L’immagine dell’“Autoritratto” di Segantini, 1895, carboncino, ritocchi in gessetto bianco e polvere d’oro, è tratta dal catalogo della mostra “Giovanni Segantini, Luce e simbolo, 1884-1899”, a cura di Annie-Paule Quinsac, Skira.

L’immagine de “L’angelo della vita” di Giovanni Segantini, 1894-1895, olio su carta di 59,5 x 48 cm, che si trova al Museum of Fine Arts di Budapest, è tratta dal catalogo della mostra “Giovanni Segantini, Luce e simbolo, 1884-1899”, a cura di Annie-Paule Quinsac, Skira.


Un altro articolo sulla betulla, intitolato “Elisir afrodisiaci e vino spumeggiante dal «pozzo del popolo»” è stato scritto da Marta Isnenghi e pubblicato su Milano Lombardia, inserto de l’Unità, il 7 febbraio 1986.